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La nascita del nazionalismo e l’invenzione dell’altro

I Balcani imprigionati nella mitografia

 

L’Ottocento rappresenta il fermento dei movimenti nazionali europei dove anche le popolazioni balcaniche, con alcune sfumature interne, rincorrono il ritmo occidentale dell’espansionismo della religione politica del nazionalismo. La ricerca delle radici antiche e medievali, dell’uniformità etnica, culturale, religiosa e linguistica, condizioni necessarie per creare o consolidare i confini politici delle entocrazie, impegna le varie èlite nella produzione di opere letterarie, artistiche, religiose, scientifiche, volte a fabbricare la memoria collettiva. Il meccanismo nato durante il romanticismo si perfeziona nel secolo successivo con la nascita delle accademie delle scienze nazionali, ossia con la sottomissione della scienza all’ideologia. Bastano pochi decenni a individuare il diverso, il traditore, il nemico, il pericolo, l’altro tramite il quale, per dirla con le parole di Sumner, ‹‹il proprio gruppo di appartenenza viene considerato il centro di ogni cosa e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso››. Elementi culturali presenti anche nei secoli precedenti si trasformano in nuclei di attrazione per le identità, diventano “improvvisamente” visibili: le comunità scaturite dall’insieme di questi elementi giustificano la loro esistenza insieme al diritto di estendersi in regioni presumibilmente appartenenti a queste comunità in periodi storici remoti, ma attualmente occupati dall’altro.

Risultato di questi meccanismi fu l’invenzione del “popolo monolitico”, mentre l’attuazione dell’ideologia è tragicamente ricordata dagli eventi di fine ottocento, la prima e la seconda guerra balcanica, la seconda guerra mondiale, eventi che hanno prodotto un nuovo scenario politico nella penisola. Per mezzo secolo il comunismo applicato si è impegnato di costruire il “superuomo”, seguace di un’altra religione laico-politica. In realtà le differenze innescate in precedenza sono rimaste sempre latenti, alimentando un odio esploso poi negli anni Novanta del secolo scorso nel più tragico dei modi. Molti Europei si accorgevano dell’esistenza di popoli e luoghi vicini nel tempo e nello spazio, di un angolo neanche troppo sperduto del continente che oggi bussa nelle porte dell’unione europea, convinto di aver superato l’esame di coscienza e di aver imparato ad accettare l’altro. Ma veramente bastano solo delle scuse ufficiali, la consegna di un pugno di criminali di guerra, le critiche per un gruppo di teppisti che, invece di guardare una partita, espone striscioni squisitamente conformi a quella politica che dall’altra parte chiede scusa? Se realmente si cerca la convivenza non bastano le scuse bensì la ricerca della risposta ai conflitti balcanici con ferite ancora visibili e soprattutto quelli potenzialmente eruttivi. Tutto ciò non può che condurre alla memoria collettiva, il vero motore della conflittualità, alla storiografia, l’energia di questo motore, e di conseguenza all’invenzione ottocentesca insieme alle proiezioni antico-medioevali dove le varie accademie delle scienze, l’èlite intellettuale, i movimenti politici e religiosi o il semplice immaginario collettivo dei popoli balcanici tendono, senza eccezione, a collocare l’origine del gruppo etnico di cui sono parte, per escludere l’altro in quanto “noi siamo più antichi”.

Partendo da questi presupposti l’Unione degli Albanesi Musulmani in Italia (U.A.M.I.), in collaborazione con l’Osservatorio Balcani e Caucaso, nonostante la consueta indifferenza di coloro che vengono stipendiati dal governo albanese (e quindi dai suoi cittadini) per rappresentare i cittadini albanesi nel mondo, ha organizzato il 28 e il 29 ottobre scorso un incontro intitolato “Balcani: la nascita del nazionalismo e l’invenzione dell’altro”. L’incontro, suddiviso in due giornate fra gli ambienti universitari di Milano e Trento, si è focalizzato sul caso albanese per le sue peculiarità connesse alla presenza di diverse identità religiose, senza distaccarsi dal modello balcanico, da quel complesso mitologico presentato come storiografia.

Artan Puto, docente di storia nell’università Marin Barleti a Tirana, ha spiegato il percorso evolutivo della storiografia albanese soffermandosi nel periodo comunista. Il punto di partenza di prof. Puto è stato il libro Aux origines du nationalisme albanains. La naissance d’une nation majoritairement musulmane en Europe, pubblicato recentemente in Albania non senza scalpori. Dal libro emerge nettamente l’opera degli inventori ideologici di fronte al debole sentimento nazionale del popolo. Fu il comunismo, secondo prof. Puto, a provvedere al radicamento del complesso mitologico sviluppando una storiografia ufficiale istituzionalizzata: la semina risorgimentale viene coltivata nel secondo dopo guerra. La trasformazione dell’Albania nel primo e unico stato ateo del mondo, nel 1967, produce quel vuoto spirituale collettivo il quale viene colmato imponendo un misto tra ideologia comunista e nazionalismo che, secondo il prof. Puto, ha generato una sorta di nazionalcomunismo albanese. Non mancano nell’intervento del professore i riferimenti al tema dell’etnogenesi – teoria ampiamente usata a collegare gli Albanesi odierni ai mitici antichi Pelasgi – e al tema degli Ottomani, i veri antagonisti o l’altro nella storiografia ufficiale balcanica; cosi come non mancano le critiche al clima ostile verso la ricerca storiografica presentata come demolitrice di identità invece che la normale continuità di una scienza.

Sicuramente l’intervento dell’autrice del libro, prof.ssa Nathalie Clayer, impegnata da molti anni negli studi storici sulla penisola balcanica e affermata con diversi libri, è stato il momento più atteso dell’incontro. L’autrice ha commentato il ruolo della lingua nel nazionalismo albanese, che lei insiste a identificarlo come shqiptarizmi, e in particolar modo le diverse comunità religiose. Per la Clayer il nazionalismo albanese non è tanto differente da tutti i movimenti nazionali dei Balcani e se c’è una differenza essa risiede proprio nel fatto che la religione ha avuto un ruolo che soltanto dopo gli è stato negato. Non è difficile, ritornando alle parole di prof. Puto, identificare in questo “dopo” gli anni dell’ateismo comunista. Il negazionismo del ruolo delle religioni ha colpito particolarmente la confessione della maggioranza degli Albanesi, ossia l’Islam, in quanto una religione considerata associata all’impero ottomano, estranea alla realtà europea, cristiana o comunista. Di conseguenza lo studio della prof.ssa Clayer appare contrapposto a ricostruzioni storiche influenzate da varie ideologie, in particolar modo da quella storiografia ufficiale concepita durante il comunismo e ancora oggi dominante: ponendo in prima linea le differenze regionali, dialettali, religiose, gli arbëresh e la diaspora, non solo viene ridimensionato la presunta coscienza nazionale degli Albanesi dell’Ottocento risalente addirittura nel medioevale Scanderbeg, ma, per quanto concerne le diverse. Ascoltando la Clayer è impossibile conferire attendibilità storica ai secoli antico-medioevali cosi come vengono esposti dalla storiografia ufficiale. Eppure non mancano le assurde pretese di “etnicizzare” Adamo ed Eva.

Nell’incontro è intervenuto il prof. Luigi Bruti Liberati, docente di storia contemporanea nell’università di studi di Milano, che in chiusura, ringraziando gli organizzatori e i partecipanti, ha sottolineato le somiglianze dello sviluppo del nazionalismo albanese con altre identità nazionali, in riferimento al panorama nordamericano. Mentre, nell’università di Trento, Luisa Chiodi, direttrice dell’Osservatorio Balcani e Caucaso, ha svolto il ruolo della moderatrice presentando e riassumendo l’intervento dei professori. L’ultima fase dell’incontro, sia a Milano che a Trento, è stata dedicata alle domande rivolte dall’auditorio.

Uami

L’Unione degli Albanesi Musulmani in Italia è stato fondato nel marzo del 2009 da associazioni e cittadini albanesi residenti in Italia, provenienti dalla Macedonia, Kosovo e Albania, con il fine di coadiuvare i concittadini nella salvaguardia dei valori e delle identità. I fondatori di UAMI hanno considerato le necessità di incentivare e coltivare la conoscenza, l’aiuto reciproco, la coordinazione e la collaborazione tra i musulmani albanesi abitanti in Italia. Per la prima volta la nostra comunità viene rappresentata degnamente a livello nazionale in perfetto sincronismo con le normative e le leggi italiane. A solo un anno dalla creazione, UAMI ha i suoi rappresentanti in 25 diverse città, inoltre sonno affiliati a questa unione 6 associazioni e 3 centri culturali islamici.